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Venerdì 28 marzo, ore 17.00
In sede e via Zoom
Hannah Arendt. La ‘vita della mente’, coronamento della ‘vita activa’ Opere e pensiero. Sant’Agostino e Rahel Varnhagen
Relatore: Stefano Martini

(recupero della conferenza originariamente prevista per il 28 febbraio 2025)

Partecipazione gratuita con prenotazione obbligatoria via email a padova@icit.it

«Agostino, il primo filosofo cristiano e, si sarebbe tentati di aggiungere, il solo filosofo che i Romani abbiano mai avuto, fu anche il primo uomo di pensiero che si rivolse alla religione spinto da dubbi di ordine filosofico […]. […] E se divenne il primo filosofo cristiano è perché lungo l’intero arco della sua esistenza si mantenne fedele alla filosofia». Così Arendt si esprime nell’ultimo suo scritto, La vita della mente (come sappiamo, rimasto incompiuto), quasi a chiudere un ideale cerchio delle proprie riflessioni, ricollegandosi alla prima opera, la dissertazione di laurea su sant’Agostino. «Con sorprendente fedeltà a se stessa – commenta Laura Boella nella postfazione all’opera –, Hannah Arendt ribadisce negli scritti della maturità e nella seconda parte, dedicata alla volontà, della sua ultima opera, La vita della mente, l’immagine di Agostino pensatore sommo e originale, impegnato in uno “sforzo tremendo”, di cui sono segno le linee interrotte del suo pensiero, credente per il quale non si trattò di “abbandonare le incertezze della filosofia a favore di una verità rivelata, ma di scoprire le implicazioni filosofiche della sua nuova fede”. Questa immagine era stata delineata con estrema decisione nella sua prima pubblicazione, […] uscita presso l’editore Springer di Berlino nel 1929 e intitolata Il concetto d’amore in Agostino. In questo primo scritto, dedicato alla madre, Hannah Arendt mette in campo la ricchezza e la complessità dell’opera di Agostino, la seduzione che emana dal suo carattere non sistematico […]. […] Agostino rimane per Hannah Arendt un pensatore di formazione greca e neoplatonica, che getta un ponte tra mondo tardo-antico e mondo cristiano in un’epoca di passaggio, di declino e di incertezza. […] La sorprendente autonomia intellettuale con cui Hannah Arendt precisa le intenzioni del suo primo lavoro fa certo parte di un’atmosfera culturale in cui il corpo a corpo con un testo, l’interrogazione diretta a partire da una domanda filosofica radicale, lo scrollare energicamente la polvere della tradizione dai testi classici stavano diventando patrimonio di una generazione allenata alla scuola di Husserl, Heidegger, Jaspers» (L. Boella, Amore, comunità impossibile in Hannah Arendt). La produzione di Arendt, iniziata con la tesi di laurea, «prosegue con una biografia altamente autobiografica, scritta nel 1932, dedicata a una donna ebrea vissuta nella Berlino dell’Ottocento, Rahel Vernhagen: in questo testo, che riflette sul difficile inserimento di una donna ebrea nel contesto culturale del suo tempo, Arendt rispecchia in parte i problemi che anche lei si è trovata ad affrontare di persona. Nella ricostruzione della personalità di Rahel Vernhagen, Arendt mette al centro la questione dell’origine ebraica, dapprima rifiutata e occultata da Rahel, a causa del contesto cristiano e borghese in cui viveva, e solo alla fine della vita accettata come una parte integrante di sé e del suo mondo» (W. Tommasi, Hannah Arendt: natalità e agire politico).

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