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Venerdì 30 gennaio, ore 17.00
in sede e via Zoom - ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria a padova@icit.it
Hannah Arendt – La ‘vita della mente’, coronamento della ‘vita activa’
Relatore: Stefano Martini

Opere e pensiero. La vita della mente. Volere (e Giudicare)

Le tre facoltà della vita della mente (il pensiero che si pone domande sul significato della realtà e interrogativi cui non sempre riesce a dare risposta; la volontà, strettamente connessa con la libertà; e il giudizio, legato all’ambito morale e politico) non sono deducibili l’una dall’altra, né riducibili a un denominatore comune. Reciprocamente autonome, tutte e tre (non solo il pensiero, dunque) tendono a ritirarsi dalla sfera pubblica, benché poi ritornino al mondo della visibilità, per comprenderne il senso. Perciò, sebbene la vita contemplativa, diversamente da quella attiva, si ritragga dal mondo, pure essa in certa misura vi ritorna, sia nel pensare, sia nel volere, sia soprattutto nel giudicare, dal momento che quest’ultimo aspetto comprende il giudizio morale e politico. Quanto alla volontà, unito alla quale il pensiero deve risolvere i conflitti del mondo nella cui scena è presente, anche la libertà costituisce un problema per le persone, in quanto quella irrompe nel complicato terreno dell’intreccio plurale e contraddittorio dei poteri e delle libertà altrui. «Allorché, nel giugno 1972, giunse l’invito a tenere le Gifford Lectures all’Università di Aberdeen, [Arendt] decise di servirsi della occasione per una sorta di messa alla prova dei volumi già in preparazione. […] Una volta accettato l’invito, si sentì spinta a esigere da sé forse più del dovuto perché i suoi testi fossero pronti in tempo utile e tenne la prima serie di lezioni, sul Pensare, nella primavera del 1973. Nella primavera del ’74, fece ritorno ad Aberdeen per la seconda serie, sul Volere, ma fu interrotta dopo la prima lezione da un attacco cardiaco. Aveva l’intenzione di tornare, nella primavera del ’76, a concludere la serie; nel frattempo aveva esposto la maggior parte di ‘Pensare’ e ‘Volere’ ai suoi allievi della New School for Social Research di New York. Non aveva invece ancora avviato la lezione sul Giudicare, sebbene avesse usato il materiale sul Giudizio nei suoi corsi sulla filosofia di Kant all’Università di Chicago e alla New School. […] In un momento imprecisato tra il sabato in cui aveva terminato il ‘Volere’ e il giovedì della sua morte, deve essersi seduta al tavolino per affrontare l’ultima parte. […] Come diceva agli amici, contava che la parte sul Giudizio sarebbe stata molto più breve delle altre due. La ragione addotta per giustificare la brevità del Giudizio era la scarsità di fonti e di materiali: soltanto Kant aveva scritto di questa facoltà […]» (Mary McCarthy, Prefazione all’edizione americana).

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