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Venerdì 19 settembre, ore 17.00
in sede e via Zoom
Hannah Arendt – La ‘vita della mente’, coronamento della ‘vita activa’
Relatore: Stefano Martini

Opere e pensiero. Vita activa. Prologo

«Il saggio [Vita activa. La condizione umana] […], apparso negli Stati Uniti nel 1958 e tradotto in Italia nel 1964, è oggi considerato da alcuni come un classico della filosofia e del pensiero politico di questo secolo [il xx]. Eppure, non provocò al suo apparire nel nostro paese alcuna eco particolare. Se si escludono segnalazioni occasionali e qualche recensione frettolosa, il libro passò sostanzialmente inosservato nel panorama culturale italiano, e specialmente in quello filosofico. E non diversamente avvenne in Francia, benché la traduzione fosse pubblicata nel 1961. Sarebbero occorsi più di vent’anni perché nella cultura europea si aprisse un vero e proprio caso Arendt. Le ragioni di questa fortuna tardiva sono diverse ma facilmente identificabili. […] L’immagine sfuggente dell’autrice può […] aver contribuito all’insuccesso di Vita activa in Europa. Ma se il libro è stato ignorato o frainteso, non è tanto, o soltanto, per motivi biografici o di sfondo. Piuttosto, esso contraddice alcuni dei luoghi comuni più radicati della nostra cultura filosofica e politica. Se il libro su Rahel Varnhagen “nuotava vigorosamente contro la corrente dominante dell’apologetica ebraica” (come aveva scritto Walter Benjamin a Gershom Scholem), Vita activa colpiva in profondità il nucleo stesso dell’apologetica moderna e contemporanea del mondo occidentale, cioè la sua mitologia sociale. In breve, il libro […] contrapponeva a un nucleo di credenze condivise dalle correnti ideologiche più varie – relative al primato degli interessi nella spiegazione dell’agire sociale, alla santità o legittimità del lavoro, alla politica come cura del benessere collettivo, all’inevitabilità dello stato-macchina – una concezione dell’agire politico nella sua forma pura, e cioè come suprema attività umana. […] sarebbero stati necessari molti anni per comprendere che tale rivendicazione di una vera e propria necessità della “polis” – tanto più sorprendente, quanto più avanzata da un’ebrea apolide – aveva ben poco in comune con il Kulturpessimismus e con i miti della grecità diffusi negli anni Venti e Trenta del nostro secolo [il xx], ma riformulava invece, con rara originalità, il problema della libertà dell’agire contro gli idoli della società di massa. Insomma, solo a partire dagli anni Ottanta questo saggio sarebbe stato letto nel suo significato autentico: una teoria libertaria dell’azione nell’epoca del conformismo sociale» (A. Dal Lago, La città perfetta).

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